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Pur non essendo in assoluto una novità, dal momento che l’uomo da sempre si è interrogato sulle cause di eventi catastrofici naturali, bisogna riconoscere che più che mai oggi l’argomento è (giustamente) al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, soprattutto per il rapporto tra clima ed eventi distruttivi. Diventa quindi naturale il bisogno di rivolgere lo sguardo al passato, alla ricerca di quelle similitudini che permettono, tra l’altro, la migliore individuazione del dispiegarsi dei fenomeni. Da tempo l’archeologia ha contribuito in modo determinante alla conoscenza del verificarsi di terremoti o di tsunami nell’antichità. Allo scorso  anno risale il bel saggio di I. Liritzis, A. Westra, C. Miao 2019, Disaster geoarchaeology and natural cataclysms in world cultural evolution: An overview in ‘Journal of Coastal Research’, 35(6), 2019, 1307–1330. In questo nostro convegno del 2020, che è il V della serie dei ‘Dialoghi’, dopo il successo dei 4 precedenti, (lasciatecelo dire con un pizzico di soddisfazione), vogliamo esaminare da archeologi alcuni casi di studio, sia quelli prodotti dalla natura che quelli dovuti all’opera dell’uomo: come gli autori del saggio sopra citato, anche noi chiariamo subito che non ci occuperemo di Atlantide (dato il carattere metaforico di quel continente in Platone, come da tempo ha dimostrato Pierre Vidal- Naquet) mentre di ben altro tenore è la riflessione storica, scientifica diremmo, che Tucidide (III, 89, 1-5) ci propone alla luce di una serie di eventi sismici la cui fenomenologia il grande storico analizza da par suo. Nel corso della narrazione del progetto spartano di invadere l’Attica, lo storico ricorda che una serie di terremoti consigliò la ritirata. Nella sua stupefacente descrizione, Tucidide mette in rapporto le scosse telluriche con l’avanzare ed il ritirarsi del mare, quello che è diventato familiare chiamare tsunami, con un termine giapponese in uso da secoli e che era noto solo ai geologi prima delle catastrofi recenti che lo hanno reso di uso comune. Come si è appena detto, il nostro convegno non intende limitarsi alle catastrofi (intese come eventi naturali) ma esaminare casi di studio di distruzioni (in quanto azioni prodotte dall’uomo): vale la pena, a tal proposito, di ricordare che spesso i due fenomeni sono in rapporto tra di loro. Da questo punto di osservazione, il contributo dell’archeologia può essere determinante, se liberata dal meccanico accostamento con le fonti, che vanno utilizzate con giudizio, specialmente quando riportano notizie di azioni belliche che vengono immediatamente messe in rapporto con strati archeologici spesso formatisi per cause diverse (per esempio il sacco sillano di Atene nell’86 a.C. o l’invasione degli Eruli nel 267 d.C.), senza contare i casi nei quali l’esplorazione archeologica è la sola fonte d’informazione. Va da sé che, a parte il recupero della conoscenza storica dell’evento, per l’archeologo alcuni contesti di distruzione sono punti di riferimento formidabili per datare strati e manufatti: è questo il caso in cui l’accostamento con le fonti diventa credibile e di indubbia utilità:  si pensi all’importanza che ha per la ceramica arcaica la distruzione di Tarso, in Cilicia, da parte del sovrano assiro Sennacherìb nel 696 a.C. o ad Olinto, distrutta da Filippo II nel 347 a.C., o di Festòs distrutta alla metà del II sec.a.C. dalla vicina Gortyna, per non parlare di Pompei nel 79 d.C., tutti pilastri su cui si fondano le datazioni di tantissimi manufatti. Sul fronte opposto, svanisce, invece, la possibilità di usare la cosiddetta colmata persiana dell’Acropoli di Atene, di cui studi recenti mostrano sempre più chiaramente il carattere di invenzione moderna, pur mantenendo quella data (il 480 a.C.) il carattere di cardine su cui è fondata la cronologia della storia dell’arte greca arcaica. Dal punto di vista bibliografico, anche se limitatamente all’età protostorica, la nostra attenzione va alla bella sintesi di E. Cline, 1777 B.C. The Year Civilization collapsed, Princeton 2014 che fornisce una buona base di partenza anche per lo studio di altre epoche storiche, sia per le catastrofi naturali che per le distruzioni umane e, per quanto riguarda le età successive, al libro di Ludovic Thély, Les Grecs face aux catastrophes naturelles. Savoirs, histoire, mémoire, ‘BEFAR’ 375, EFA 2016 e a N. Cusumano, ‘ ≪I molteplici casi della sorte≫. Disastri della guerra e della natura in Tucidide’, Hormos 10, 2018, 251-336.

 

Il Comitato organizzatore 

Comitato organizzatore

Emanuele Greco; Marina Cipriani; Angela Pontrandolfo; Michele Scafuro; Ottavia Voza 

 

Comitato Scientifico

Luca Cerchiai; Teresa Cinquantaquattro; Marina Cipriani; Bruno d’Agostino; Laura Ficuciello; Verena Gassner; Emanuele Greco; 

Giuseppe Lepore; Fausto Longo; Carmelo Malacrino; Mauro Menichetti; Maurizio Paoletti; Maria Cecilia Parra; Angela Pontrandolfo; 

Carlo Rescigno; Agnes Rouveret; Antonia Serritella; Michele Scafuro; Alain Schnapp; Luigi Vecchio; Ottavia Voza; Gabriel Zuchtriegel  

 

Segreteria

T. Calceglia

 

Comitato editoriale

Maria Luigia Rizzo, Laura Ficuciello

Segreteria di redazione

Cristina Casalnuovo, Elisa D'Angelo, Colette Manciero, Imma Montuori;  Anna Salzano, Ivan Tornese

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